Il sogno nella prospettiva contemporanea

Joseph Zinker: il teatro del sogno

Joseph Zinker, psicoterapeuta americano di origine polacca, formatosi con Perls, ha proposto un ampliamento del processo di elaborazione dei sogni, sviluppato all’interno di un contesto di gruppo.

Partendo dall’osservazione che chi sogna tende a proiettare parti di sé non solo sugli elementi del sogno, ma anche sui membri del gruppo – quindi all’esterno di sé – Zinker utilizza il sogno come un teatro in cui i partecipanti ricoprono e interpretano i diversi ruoli presenti nel sogno stesso. Il sognatore, dunque, coinvolge il gruppo scegliendo il “cast” degli attori del proprio teatro interiore: può parlare con ciascuno di loro, dirigere la rappresentazione, modificarla.

Questo processo non solo rende l’esperienza più vivida e condivisa, ma può anche generare una rete protettiva nei confronti del sognatore e dei suoi vissuti più delicati.

L’evoluzione contemporanea del lavoro sul sogno: dal teatro individuale alla co-creazione relazionale

Se Fritz Perls ha rivoluzionato l’approccio al sogno, portandolo fuori dai confini dell’interpretazione simbolica per radicarlo nell’esperienza, la Gestalt contemporanea ha ulteriormente ampliato e arricchito questa visione. Negli ultimi vent’anni, la pratica gestaltica ha integrato prospettive corporee, relazionali, ambientali e sistemiche, come scrive Margherita Spagnuolo Lobb nel suo libro Il now-for-next in psicoterapia.

“Forse l’evoluzione più profonda è proprio questa: il passaggio da una visione centrata sul sé a una visione fenomenologico-relazionale. Il sogno non nasce più solo dentro l’individuo, ma emerge nel campo tra terapeuta e cliente.”

E proprio per questo, il terapeuta non è più un osservatore distante. Ogni sogno è l’espressione di ciò che si muove tra due persone, il cliente e il terapeuta che entra emotivamente nel sogno del cliente. Lo “sogna con lui”.
Contribuisce alla sua elaborazione con la propria presenza, la propria immaginazione, la propria risonanza. 
Se sogno un muro prima della seduta con il mio terapeuta devo considerare che il muro si riferisca alla relazione con lui. Esplorarlo significa anche ascoltare come la relazione stessa lo genera e lo influenza.

Isadore From, uno dei fondatori della Gestalt e membro del New York Institute for Gestalt Therapy, considera il sogno (soprattutto quello che emerge la notte prima o dopo una seduta) non solo come una proiezione, ma anche come una retroflessione: una perturbazione del confine di contatto con il terapeuta, in cui il cliente – dormendo – dice a se stesso qualcosa che non riesce o non vuole dire direttamente.

“Di fatto un paziente in terapia sa, di solito, che se ricorda un sogno, lo racconterà poi al terapeuta.
Propongo, quindi, l’ipotesi che questo fatto determini, in un certo modo, il contenuto del sogno del paziente: non è soltanto un sogno, è un sogno che racconterà al suo terapeuta. Un altro termine al posto di ‘retroflessione’ potrebbe essere ‘censura’ o ‘ritenzione’. Il paziente parla a se stesso e si dice (…) delle cose che non potrebbe, o non vorrebbe, dire al terapeuta.”


Rosenfeld, E. (1978). An oral history of Gestalt therapy: II. A conversation with Isadore From. Gestalt Journal, 1(2), 7–27.

Il sogno, da messaggio individuale, diventa così un’esperienza condivisa, un fenomeno emergente all’interno del campo terapeutico. La Gestalt contemporanea riconosce che il sogno non è solo “mio”, ma nasce anche tra me e gli altri, nel contesto relazionale in cui vivo. Il sogno si radica nelle relazioni, nei luoghi che abitiamo, nelle emozioni condivise e nei sistemi in cui siamo immersi. È quindi anche un fenomeno contestuale, sociale e ambientale.

Il sogno nella prospettiva fenomenologica

Paolo Quattrini, che si muove nel solco della fenomenologia esistenziale integrandola nella pratica della Gestalt e del counseling a orientamento esperienziale, scrive in Fenomenologia dell’esperienza:

“Nel lavoro a orientamento esperienziale non si tratta di lavorare il sogno, ma di lavorare dal sogno. Il lavoro che riguarda i sogni e che ha a che fare con l’esperienza è sempre un lavoro dal sogno: l’esperienza è vita, e la vita non può essere congelata in significati, può solo andare avanti, e lavorare dal sogno significa accompagnarla in questo processo.”

L’idea di “lavorare dal sogno” significa usare il sogno come porta d’accesso all’esperienza presente, non come oggetto da analizzare o sviscerare. Il suo valore non risiede in un significato simbolico nascosto, ma in ciò che smuove nel corpo, nelle emozioni, nelle immagini che genera nel momento in cui lo si racconta o lo si rivive.

È un invito a non congelare l’esperienza trasformandola in concetto. Quando si lavora in gruppo o in terapia, “lavorare dal sogno” può voler dire:

• Mettere in scena il sogno con il corpo, sentirlo nella voce, nei gesti.

• Entrare nei personaggi del sogno per cogliere cosa ci raccontano di noi nel presente.

• Usare il sogno come innesco per esplorare sensazioni attuali, nodi emotivi, movimenti interrotti.

Il sogno non è da “interpretare”, ma da abitare. Non si guarda al sogno, ma a dove il sogno ci porta.